Il Centro Studi Italia Canada all’Arctic Circle – Polar Dialogue (3-4 marzo 2026)

Dott.ssa Sara Riccetti Selim,
PhD, specializzata in North American Indigenous Studies
Lo scorso 3 e 4 marzo 2026, Roma ha ospitato l’Arctic Circle Rome Forum – Polar Dialogue, portando per la prima volta nella capitale italiana uno dei principali spazi internazionali di confronto sull’Artico. L’iniziativa ha riunito rappresentanti istituzionali, diplomatici, studiosi ed esperti - indigeni e non - per discutere le sfide politiche, climatiche, scientifiche e strategiche che attraversano oggi la regione artica.
Il Centro Studi Italia-Canada ha partecipato ai lavori promuovendo il panel Indigenous Sovereignty and Legal Frameworks Across the Circumpolar North: Rights, Governance, and the Future of Arctic Development, in cui hanno partecipato come speakers la Dott.ssa Sara Olsvig, Chair dell’Inuti Cicrumpolar Council, Jessica Veldstra, Direttrice esecutiva dell’Aleut International Association e il Prof. Federico Lenzerini, docente di Diritto Internationale all’Università di Siena. La sessione ha affrontato il rapporto tra sovranità indigena, autodeterminazione, conoscenze indigene, politiche pubbliche e relazioni internazionali, spostando l’attenzione dall’Artico come semplice area geopolitica strategica alle comunità che lo abitano da millenni e che ne custodiscono territori, saperi e forme di governance.

Politica artica e cooperazione
Ad aprire i lavori è stata Mona Fortier, Parliamentary Secretary to the Minister of Foreign Affairs of Canada, che ha collocato il panel nel quadro della nuova Arctic Foreign Policy canadese, adottata nel dicembre 2024 dopo mesi di consultazioni con governi provinciali e territoriali, governi e organizzazioni indigene e comunità del Nord. Fortier ha ricordato che l’Artico è centrale per l’identità, la sicurezza nazionale e la sovranità canadese.

Mona Fortier, Parliamentary Secretary to the Minister of Foreign Affairs of Canada
Partnership, diritto internazionale e rappresentanza indigena
Fortier ha sottolineato il carattere partenariale della politica artica canadese, fondata sull’ascolto, sullo scambio di conoscenze e sulla costruzione di soluzioni pragmatiche insieme alle comunità indigene. In questo quadro ha richiamato strumenti come l’Inuit-Crown Partnership Committee e l’Inuit Nunangat Policy, oltre al ruolo della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni, dei trattati, degli accordi di land claims, degli accordi di autogoverno e del rispetto delle giurisdizioni territoriali e provinciali. Ha inoltre ricordato che la riconciliazione non è un risultato già raggiunto, ma un percorso ancora in corso: il Canada, nelle sue parole, “non è perfetto”, ma si impegna ad ascoltare, imparare e riflettere le priorità di chi vive nell’Artico.
Nuove voci indigene nella politica estera canadese
Particolare rilievo è stato dato alla nuova Arctic Ambassador and Senior Arctic Official, Virginia Mearns (Inuk), incaricata di consultare comunità e leader dell’Artico canadese, rappresentare il Canada presso il Consiglio Artico e facilitare il dialogo con i partner internazionali. Fortier ha inoltre annunciato la creazione di un Arctic and Northern Residency Program presso Global Affairs Canada, pensato per rafforzare la presenza delle voci indigene nella formulazione della politica estera canadese.
Clima, sicurezza e cooperazione
Fortier ha ricordato che, se oggi l’Artico è al centro dell’attenzione mediatica internazionale, le comunità indigene e del Nord sono da tempo consapevoli della profonda interconnessione tra rischi climatici e rischi geopolitici. Lo scioglimento dei ghiacci marini aumenta l’interesse verso rotte, risorse e ricerca scientifica, mentre le condizioni delle rotte marittime nell’Artico canadese diventano sempre più imprevedibili. In questo contesto, il rispetto del diritto internazionale resta fondamentale per stabilità globale, sviluppo economico, ricerca scientifica e cooperazione.
La conclusione dell’intervento di Fortier ha posto le basi concettuali del panel: un Artico stabile, sicuro e prospero non può essere costruito senza partenariati forti, rispettosi e di lungo periodo con i popoli indigeni che abitano quei territori.
A partire da questa cornice istituzionale, l’intervento della Dott.ssa Sara Olsvig, che ha aperto il panel, ha spostato il focus sul significato politico e giuridico della sovranità indigena nell’Artico, e in particolare in Groenlandia, mettendo al centro il diritto all’autodeterminazione dei popoli indigeni che abitano la regione da tempo immemorabile.
Sovranità artica e autodeterminazione indigena in Artico: Dr. Sara Olsvig, Chair - Inuit Circumpolar Council
La Dott.ssa Sara Olsvig ha aperto la sua partecipazione al Polar Dialogue di Roma intervenendo nel panel organizzato dal Centro Studi Italia-Canada, una delle sessioni inaugurali che hanno dato avvio ai lavori del Forum. Il suo intervento è arrivato all’indomani della pre-session Greenland and Scenarios for Arctic Security, dedicata interamente alla Groenlandia e organizzata dal Guarini Institute for Public Affairs presso la John Cabot University.
L’intervento della Dott.ssa Olsvig si è concentrato sulla sovranità nell’Artico, non soltanto come questione che riguarda stati e confini politici, ma soprattutto come tema profondamente legato all’autodeterminazione dei popoli indigeni che abitano la regione.

Dr. Sara Olsvig, Chair - Inuit Circumpolar Council
I popoli indigeni come attori fondamentali della governance artica
Olsvig ha inaugurato il suo intervento ricordando come i popoli indigeni siano da lungo tempo attori centrali nella governance artica, nella diplomazia e nella cooperazione internazionale. La collaborazione tra Inuit, Sámi, Aleut, Athabascans, Gwich’in e popoli indigeni dell’Artico russo continua infatti a oltrepassare i confini statali ed è parte della vita quotidiana di queste comunità, legate da reti familiari, continuità culturale e sovranità attraverso territori oggi divisi tra Russia, Stati Uniti, Canada e Groenlandia.
Questo aspetto assume oggi un’importanza particolare, in un momento in cui tensioni geopolitiche riportano l’attenzione internazionale sui territori e sulle risorse della Groenlandia e dell’Artico. Tuttavia, come ha sottolineato Olsvig, l’interesse delle potenze esterne per la regione non è un fenomeno nuovo: le popolazioni indigene vivono nell’Artico da tempo immemorabile e affrontano queste pressioni da secoli.
Una lunga storia di cooperazione circumpolare
Per contestualizzare il presente, Olsvig ha richiamato alcuni momenti chiave della storia della cooperazione circumpolare, tra cui l’Arctic Peoples’ Conference del 1973 e la fondazione dell’Inuit Circumpolar Council nel 1977. Questi passaggi dimostrano che i popoli indigeni non sono entrati solo in un secondo momento nella governance artica, ma hanno contribuito fin dall’inizio alla costruzione di forme di cooperazione nella regione. La grande differenza rispetto alle precedenti fasi di tensione nell’Artico, ha osservato, è che oggi molte comunità indigene dispongono di propri sistemi di governance, accordi di autogoverno, parlamenti e istituzioni: diritti conquistati attraverso decenni di lotte politiche.
Cooperazione e futuro dell’Artico
Dunque, secondo Olsvig, il momento attuale rappresenta per le comunità indigene un equilibrio delicato: da una parte il rischio di perdere conquiste ottenute con fatica, dall’altra la possibilità di rafforzare ulteriormente autogoverno e sovranità indigena. Per questo motivo, i leader artici — sia indigeni sia statali — hanno oggi una grande responsabilità nel definire il futuro della regione. In questo quadro, Olsvig ha indicato la recente apertura del consolato canadese nella capitale Nuuk come un segnale significativo dell’impegno del Canada nel rafforzare il dialogo con la Groenlandia e nel promuovere una cooperazione artica fondata sui rapporti diretti tra comunità, istituzioni e territori.
In conclusione, Olsvig ha ribadito che non può esistere una discussione sulla sovranità e sulla governance dell’Artico che non tenga conto dei popoli indigeni che abitano quei territori da tempo immemorabile. In una fase di profonda trasformazione degli equilibri geopolitici e dell’ordine internazionale, il futuro dell’Artico dovrà quindi fondarsi sul pieno riconoscimento del loro diritto all’autodeterminazione: un principio che i popoli indigeni continueranno a difendere.
A questa riflessione sulla sovranità indigena e sull’autodeterminazione si è collegato l’intervento di Jessica Veldstra, che ha portato il discorso sul terreno concreto della storia, della resilienza e della stewardship aleut, mostrando come questi principi si traducano nella vita quotidiana delle comunità artiche.
Aleut, resilienza e Stewardship indigena in Artico: Jessica Veldstra, Direttrice Esecutiva dell’Aleut International Association
Jessica Veldstra, Direttrice Esecutiva dell’Aleut International Association, ha aperto il suo intervento introducendo il pubblico alla patria ancestrale della popolazione aleut: un vasto territorio che si estende per quasi 1.900 chilometri tra l’Alaska e le Commander Islands, raggiungibili solo per via mare o aerea, e abitato da tempo immemorabile da numerose comunità.

Mappa dei territori Aleut, Alaska. Pubblicato per gentile concessione di Jessica Veldstra
L’intervento della Direttrice esecutiva ha ripercorso una storia segnata tanto da un profondo senso di appartenenza quanto da gravi fratture storiche. L’espansione coloniale, in particolare il commercio russo-americano delle pellicce, ha provocato lo spostamento forzato di intere comunità, la separazione delle famiglie e sconvolgimento degli stili di vita tradizionali. La Seconda guerra mondiale portò ulteriori deportazioni forzate. Eppure, nonostante gli spostamenti e la creazione di confini statali, le comunità aleut continuano ad adattarsi, a ricostruire relazioni e a mantenere vivo il legame con le proprie terre e acque ancestrali. “Siamo popoli resilienti”, ha affermato Veldstra.
Negoziare la sopravvivenza nell’Alaska contemporanea
Dopo l’acquisto dell’Alaska da parte degli Stati Uniti, ha spiegato la Direttrice, le tribù aleute entrarono in un lungo processo di negoziazione con il governo federale – tuttora in corso – riguardo ai diritti tribali, alla gestione dei territori e alla possibilità di continuare a vivere secondo i modi tradizionali.
Oggi le tredici tribù sovrane aleute si organizzano in modi differenti: alcuni consigli tribali sono eletti, altri nominati. Ogni comunità definisce la propria struttura di governance in base alle proprie esigenze e tradizioni. Allo stesso tempo, le tribù collaborano anche attraverso tribal consortia delegando autorità per negoziare collettivamente diritti e benefici condivisi.
L’Aleut International Association nasce proprio da questo contesto politico e culturale. La sua creazione, ha sottolineato Veldstra, è stata strettamente legata allo sviluppo dell’Arctic Council e alle più ampie rivendicazioni indigene per ottenere rappresentanza nella governance artica. Veldstra ha espresso particolare gratitudine verso organizzazioni come l’Inuit Circumpolar Council, il Saami Council e la Russian Association of Indigenous Peoples of the North, i cui sforzi hanno contribuito a garantire la partecipazione indigena all’interno dell’Arctic Council.
La nascita dell’Aleut International Association ebbe però anche un forte significato comunitario. Quando i leader aleut iniziarono a organizzarsi a livello internazionale, confermarono infatti la presenza di comunità ancora residenti nelle Commander Islands dopo decenni di . Ricostruire quei legami divenne un potente momento di riconnessione culturale e, da oltre venticinque anni, le comunità aleut oltre confine lavorano per coltivare rapporti, scambiare conoscenze, condividere tradizioni e ricongiungere famiglie separate da avvenimenti storici e geopolitici. “Questa riconnessione”, ha sottolineato Veldstra, “è stata centrale nella storia della nascita della nostra organizzazione.”

Jessica Veldstra, Direttrice Esecutiva - International Aleut Association
“The Tide Is Out, the Table Is Set”
Uno dei temi centrali dell’intervento di Veldstra è stato il legame inscindibile tra diritti indigeni, tutela ambientale e sopravvivenza. Tra i principali quadri giuridici che, in Alaska, incidono sulla possibilità per i popoli aleuti di mantenere le proprie pratiche tradizionali, Veldstra ha menzionato l’Alaska Native Claims Settlement Act (ANCSA), negoziato tra i popoli indigeni dell’Alaska e il governo statunitense in materia di diritti territoriali.
Il risultato, ha riconosciuto, è stato complesso. Tuttavia, l’ANCSA ha consentito alle comunità indigene di conservare forme di stewardship su parte delle proprie terre tradizionali e di continuare a gestirle secondo pratiche e conoscenze proprie. Allo stesso tempo, circa due terzi dell’Alaska rimangono sotto giurisdizione federale: la tutela indigena di terre e acque richiede quindi negoziazioni e collaborazioni costanti con le autorità federali.
Veldstra ha richiamato anche il sistema di conservazione dell’Alaska, che protegge i diritti di sussistenza indigena e riconosce priorità alla raccolta per la sussistenza rispetto ad altre forme di uso o sfruttamento delle risorse.
Per le comunità aleut, queste tutele non sono questioni astratte di policy, ma condizioni concrete di sopravvivenza. Come ha spiegato Veldstra: “Nella nostra regione c’è un detto: The tide is out, the table is set.” Il cibo viene dall’oceano e, in comunità remote dove i generi alimentari possono costare fino a quattro volte di più che sulla mainland, l’accesso a risorse alimentare locali è essenziale. Proteggere i diritti di harvesting significa quindi proteggere anche acque pulite, ecosistemi sani e la continuità stessa della vita delle popolazioni indigene locali.
Co-management e stewardship indigena
Veldstra ha inoltre sottolineato il co-management come modello fondamentale di governance artica. Attraverso organismi come l’Aleut Marine Mammal Commission, le tribù aleute collaborano con le autorità federali e statali per proteggere specie come i leoni marini di Steller, le foche comuni, le otarie orsine settentrionali e l’intero ecosistema marino.
Questi accordi riflettono un modello più ampio di governance artica in cui conoscenze indigene e stewardship non sono considerate a livello simbolico, ma elementi essenziali della gestione sostenibile del territorio.
Veldstra ha ribadito più volte come il cambiamento climatico sta già trasformando la vita in Alaska e nell’Artico. Erosione costiera, tempeste sempre più violente e crescente instabilità ambientale stanno costringendo alcune comunità del Nord all’evacuazione. Per le popolazioni indigene, questo sradicamento non è soltanto geografico, ma anche culturale e esistenziale. Veldstra ha definito “devastante” il trasferimento forzato dalle piccole comunità rurali verso i centri urbani, sottolineando come molte comunità dell’Alaska siano ormai esposte, a diversi livelli, al rischio climatico.
King Cove e la Twelve-Mile Road.
Uno degli esempi più significativi condivisi da Veldstra ha riguardato la comunità di King Cove, che dispone soltanto di una piccola pista d’atterraggio ed è sempre più isolata a causa delle violente tempeste legate al cambiamento climatico. Durante le emergenze mediche, questa situazione può diventare pericolosa per la vita.
A sole dodici miglia di distanza si trova Cold Bay, dotata di un aeroporto operativo in qualsiasi condizione atmosferica. Tuttavia, tra le due comunità si estendono territori sotto gestione federale.
Per decenni le comunità aleut hanno lottato per ottenere il permesso di costruire una strada di dodici miglia che collegasse i due centri — un corridoio che potrebbe migliorare drasticamente le evacuazioni d’emergenza e salvare vite umane. Dopo anni di negoziati, un accordo con il governo statunitense ha finalmente consentito uno scambio di terre per portare avanti il progetto. Sebbene rimangano ostacoli legati a permessi e a finanziamenti, Veldstra ha descritto l’accordo come una vittoria importante, sottolineando che le comunità aleut attribuiscono un profondo valore alla conservazione ambientale, ma anche alla vita umana: “Questa strada è fondamentale”, ha affermato, perché potrebbe salvare vite sempre più instabile.
Un Nord condiviso oltre i confini politici
Nonostante le tensioni geopolitiche e l’incertezza ambientale, Veldstra ha concluso il suo intervento con un messaggio di collaborazione e responsabilità condivisa. Per i popoli aleut, l’Arctic Council rimane uno spazio essenziale, perché rende possibile una cooperazione diretta tra popoli indigeni al di là dei confini statali.
Pur non confinando direttamente con il Canada, molti Aleuti vedono l’Alaska e il Canada come parti connesse di una più ampia patria nordica. “In molti modi”, ha dichiarato Veldstra, “pensiamo al Canada come alla patria delle nostre sorelle e dei nostri fratelli in Nord America.”
Attraverso la collaborazione, i popoli indigeni dell’Artico possono condividere storie, conoscenze, pratiche ed esperienze. In un momento in cui l’Artico attraversa trasformazioni rapidissime e attira una crescente attenzione globale, queste relazioni, ha sottolineato Veldstra, sono più importanti che mai.
Per i popoli aleut, infatti, proteggere l’Artico non significa soltanto affrontare questioni geopolitiche o ambientali: significa proteggere comunità, culture, lingue, relazioni e forme di vita che esistono da migliaia di anni — e garantire che possano continuare a esistere anche in futuro.
A partire da questa prospettiva concreta e comunitaria, l’intervento del Professor Federico Lenzerini ha offerto il quadro giuridico entro cui leggere molte delle questioni sollevate da Veldstra: se proteggere l’Artico significa proteggere comunità, lingue, territori e forme di vita, diventa allora necessario interrogarsi su quale spazio il diritto internazionale riconosca alla sovranità indigena e all’autodeterminazione dei popoli che abitano quei territori da tempo immemorabile.
Sovranità indigena e diritto internazionale: l’intervento del Professor Federico Lenzerini
Il professor Lenzerini ha affrontato il tema della sovranità indigena da una prospettiva giuridica, interrogando il rapporto tra stato, diritto internazionale e autodeterminazione dei popoli indigeni.

Prof. Federico Lenzerini, Professore Ordinario di Diritto Internazionale, Università degli Studi di Siena
Dalla sovranità westfaliana alla sovranità indigena
Lenzerini ha aperto il suo intervento richiamando la concezione tradizionale della sovranità nel diritto internazionale: il modello westfaliano, sviluppatosi a partire dalla Pace di Westfalia del 1648. Secondo questa impostazione, la sovranità coincide con un’autorità suprema esercitata su un territorio, detenuta in modo esclusivo dallo Stato.
In questa visione classica, la sovranità appare indivisibile e assoluta: un territorio può avere un solo soggetto sovrano. Lenzerini ha ricondotto questa impostazione alla cosiddetta chunk theory of sovereignty, una concezione “monolitica” della sovranità fondata sull’idea che gli Stati detengano integralmente, e in modo indivisibile, tutti gli attributi sovrani.
Tuttavia, secondo il professore, questa concezione oggi appare sempre più rigida e insufficiente a descrivere la complessità contemporanea del diritto internazionale. La sovranità statale, infatti, non è mai completamente assoluta, anche per effetto degli obblighi internazionali che gli Stati sono tenuti a rispettare.
A questa concezione si contrappone la cosiddetta basket theory of sovereignty, secondo cui differenti attori possono detenere attributi diversi della sovranità sul medesimo territorio. È proprio all’interno di questo quadro teorico che si inserisce il concetto di sovranità indigena.
La sovranità indigena come “inherent sovereignty”
La sovranità indigena, ha spiegato Lenzerini, deriva dal fatto che i popoli indigeni possedevano originariamente piena sovranità sui propri territori ancestrali, successivamente limitata o sottratta dagli Stati moderni.
Il professore ha richiamato in particolare la giurisprudenza della Corte Suprema degli Stati Uniti e il celebre caso Johnson v. M’Intosh, nel quale le tribù native furono definite “domestic dependent nations”. Pur riconoscendo che i popoli indigeni detenevano originariamente piena sovranità sui propri territori, la Corte sostenne che molti attributi di tale sovranità fossero stati assorbiti dagli Stati Uniti attraverso l’incorporazione delle tribù nello Stato federale.
Lenzerini ha ricordato come questa posizione sia stata successivamente ribadita nel caso United States v. Lara del 2004, in cui la Corte Suprema riaffermò il potere del Congresso di limitare o revocare elementi della sovranità indigena. Una posizione che il professore ha apertamente criticato, sostenendo che essa ignori gli obblighi derivanti dal diritto internazionale e il riconoscimento dei diritti collettivi dei popoli indigeni.
La sovranità indigena, ha spiegato, è infatti una sovranità “inerente”: precede storicamente la formazione degli Stati moderni ed esiste parallelamente alla sovranità statale, fino al punto di limitarne alcune prerogative.
I diritti che definiscono la sovranità indigena
Lenzerini ha poi individuato alcuni dei principali diritti che danno contenuto concreto alla sovranità indigena. Tra questi:
- il diritto all’autodeterminazione, all’autogoverno e all’autonomia;
- i diritti alle terre e alle risorse tradizionali;
- il diritto a mantenere identità, integrità culturale e continuità intergenerazionale;
- il diritto a governare gli affari interni secondo il diritto consuetudinario;
- il diritto a una partecipazione effettiva ai processi decisionali che riguardano i popoli indigeni.
Questi diritti, ha sottolineato, trovano riconoscimento nella Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni (UNDRIP) e, secondo parte della dottrina, anche nel diritto internazionale consuetudinario.
Secondo Lenzerini, la sovranità indigena non rappresenta soltanto una categoria teorica, ma una realtà giuridica che può essere fatta valere contro gli Stati davanti ai tribunali nazionali e, in alcuni casi, anche dinanzi agli organismi internazionali.
Il Canada come modello avanzato di riconoscimento
Una parte centrale dell’intervento è stata dedicata al Canada, indicato da Lenzerini come uno dei Paesi più avanzati nel riconoscimento della sovranità indigena.
Il professore ha ricordato che il Constitution Act del 1982 ha riconosciuto costituzionalmente i diritti aborigeni e derivanti da trattati, inclusa la nozione di aboriginal title. La natura di tali diritti è stata successivamente chiarita dalla Corte Suprema del Canada nel caso R. v. Sparrow del 1990, che ha stabilito come i diritti aborigeni possano essere limitati dal governo soltanto in presenza di condizioni molto rigorose e nel pieno rispetto dei diritti fondamentali delle comunità indigene.
Inoltre, ha ricordato Lenzerini, in Delgamuukw v. British Columbia, decisione del 1997, la Corte Suprema canadese ha riconosciuto che l’aboriginal title comprende non soltanto il legame tradizionale con la terra, ma anche i “modern uses” del territorio, inclusi i diritti minerari e lo sfruttamento delle risorse naturali.
Secondo Lenzerini, questo rappresenta uno dei riconoscimenti più significativi della sovranità indigena all’interno di un ordinamento statale contemporaneo, poiché implica la possibilità per i popoli indigeni di esercitare controllo su attività economiche che possono entrare in conflitto con gli interessi governativi.
UNDRIP, autogoverno e consenso libero, previo e informato
Il professore ha infine sottolineato l’importanza della decisione del Canada di incorporare nel 2021 la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni nella legislazione interna.
Questo passaggio, ha osservato, attribuisce valore giuridico interno ai principi contenuti nella Dichiarazione, inclusi il diritto all’autodeterminazione, all’autonomia e alla protezione culturale.
Lenzerini ha inoltre evidenziato come il governo canadese riconosca esplicitamente che le relazioni con i popoli indigeni debbano fondarsi sul diritto all’autodeterminazione e sull’autogoverno inerente, considerato parte integrante dell’evoluzione del federalismo cooperativo canadese e configurato come un “ordine distinto di governo”.
Infine, il professore ha affrontato uno dei temi più controversi del diritto internazionale contemporaneo: il principio del free, prior and informed consent (FPIC). Secondo Lenzerini, il Canada rappresenta uno dei pochi Stati ad aver accettato, almeno in parte, l’idea che il consenso libero, previo e informato delle comunità indigene possa tradursi concretamente nella possibilità di fermare determinati progetti economici o di sviluppo.
Per questa ragione, ha concluso, il Canada occupa oggi una posizione particolarmente avanzata nel panorama internazionale della tutela dei diritti e della sovranità dei popoli indigeni.
Le riflessioni di Lenzerini sul consenso libero, previo e informato e sulla possibilità per le comunità indigene di incidere concretamente sui progetti economici e di sviluppo hanno introdotto direttamente i temi emersi nel dibattito finale. La sessione di Q & A ha infatti riportato queste questioni sul terreno pratico: chi decide sull’uso delle risorse? Come si conciliano sviluppo, tutela ambientale e autodeterminazione? E quale ruolo hanno i media nel raccontare queste tensioni?
Estrazione delle risorse, rappresentazione mediatica e autodeterminazione: i temi emersi nel dibattito finale
La sessione di domande e risposte del panel Indigenous Sovereignty and Legal Frameworks Across the Circumpolar North ha approfondito alcuni dei temi più complessi emersi nel corso del Forum: il rapporto tra sviluppo estrattivo e autodeterminazione indigena, la rappresentazione mediatica dell’Artico e il legame tra sovranità, risorse naturali e diritto internazionale.

Miniere, sviluppo e autodeterminazione
Il giornalista Stefan Valentino ha aperto il dibattito chiedendo se esistano divisioni interne alle comunità indigene dell’Artico rispetto all’accettazione delle industrie estrattive e delle attività minerarie.
Rispondendo, Jessica Veldstra ha sottolineato come in Alaska le decisioni relative allo sviluppo estrattivo dipendano dalle singole tribes e dai territori coinvolti. Le comunità indigene, ha spiegato, non si oppongono automaticamente allo sviluppo economico, ma ritengono essenziale che ogni progetto venga valutato insieme alle popolazioni interessate e che non produca effetti negativi sulle comunità e sui territori. Il punto centrale, secondo Veldstra, è il coinvolgimento diretto delle tribù nei processi decisionali.
Sara Olsvig ha evidenziato come in Groenlandia il dibattito sulle industrie estrattive sia strettamente connesso all’autogoverno e all’autodeterminazione. Kalaallit Nunaat, ha spiegato, ha sviluppato negli anni una strategia politica condivisa sul settore minerario, costruita attraverso le istituzioni democratiche groenlandesi e sostenuta da un ampio consenso politico. Le decisioni su cosa estrarre, cosa non estrarre e come regolamentare le attività minerarie vengono prese all’interno del Parlamento groenlandese.
Olsvig ha inoltre sottolineato che il popolo groenlandese non si definisce “anti-minerario”, ma cerca piuttosto di compiere scelte responsabili e consapevoli. Ogni progetto estrattivo, ha osservato, comporta inevitabilmente rischi ambientali e inquinamento, e non esiste una forma pienamente sostenibile di estrazione mineraria, poiché le risorse rimosse non possono essere rigenerate. Proprio per questo, l’autogoverno implica anche la responsabilità di assumere decisioni difficili riguardo al proprio modello di sviluppo.
Media, Groenlandia e narrazioni sulla sicurezza
Un secondo tema centrale del dibattito ha riguardato la rappresentazione mediatica dell’Artico e delle comunità indigene. Rosine Breen, Director of Editorial del Pulitzer Center on Crisis Reporting, ha chiesto se i media internazionali possano fare di più per amplificare le voci indigene e raccontare le esperienze delle comunità artiche dal loro punto di vista.
Sara Olsvig ha riconosciuto alcuni segnali positivi nella copertura internazionale della Groenlandia tra il 2025 e il 2026. Secondo Olsvig, i media internazionali sembrano oggi più consapevoli del fatto che la Groenlandia sia composta in larga maggioranza da popolazione indigena Inuit e dotata di istituzioni di autogoverno e diritto all’autodeterminazione.
Tuttavia, ha anche osservato come persistano narrazioni mediatiche fortemente esterne e geopolitiche, soprattutto nei media danesi, dove le discussioni sui rapporti tra Groenlandia e Stati Uniti vengono spesso rappresentate come “negoziati sul futuro della Groenlandia”, senza riconoscere pienamente il ruolo politico e decisionale del popolo groenlandese stesso.
Olsvig ha però espresso apprezzamento per i numerosi giornalisti presenti a Nuuk e nelle altre città groenlandesi nei primi mesi del 2026, sottolineando come molti reporter abbiano iniziato a porre domande più approfondite e a chiedere meno frequentemente spiegazioni basilari sull’identità e sull’autogoverno inuit.
Un altro elemento centrale della sua risposta ha riguardato il concetto stesso di “sicurezza”. Secondo Olsvig, i media mainstream tendono oggi a concentrarsi soprattutto sulle tensioni geopolitiche e militari, mentre il cambiamento climatico continua a rappresentare la principale minaccia alla sicurezza per molte comunità artiche. Come già evidenziato da Jessica Veldstra, gli effetti della crisi climatica — erosione costiera, tempeste, instabilità ambientale e rischio di evacuazioni — sono già una realtà concreta nei territori artici.
UNDRIP, risorse naturali e diritti territoriali
L’ultima parte del dibattito si è concentrata sul rapporto tra diritto internazionale, sovranità indigena e controllo delle risorse naturali. Joren Waver Johansson ha chiesto al Professor Federico Lenzerini come si possa spiegare il fatto che Stati che hanno adottato la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni (UNDRIP) continuino a entrare in conflitto con le rivendicazioni indigene sulle risorse naturali, citando il caso del Nunavut e delle risorse ittiche nel Canada settentrionale.
Lenzerini ha ribadito che il diritto ai territori e alle risorse — comprese quelle marine — costituisce un diritto fondamentale dei popoli indigeni ed è strettamente legato alla loro identità culturale, integrità e sopravvivenza collettiva. Secondo il professore, UNDRIP riconosce chiaramente questi diritti e, in linea di principio, la sua incorporazione nel diritto interno implica anche il riconoscimento della sovranità indigena sulle risorse presenti nei territori tradizionali.
Tuttavia, Lenzerini ha sottolineato che la piena realizzazione concreta di tali diritti richiede spesso lunghi processi politici e giuridici. Possono infatti esistere interessi concorrenti tra governi, comunità indigene e altri gruppi sociali, rendendo necessaria una mediazione tra diritti differenti.
Pur riconoscendo questa complessità, Lenzerini ha sostenuto che, nella maggior parte dei casi, i diritti delle comunità indigene dovrebbero prevalere rispetto agli interessi economici generali dello Stato, poiché non riguardano esclusivamente risorse economiche, ma la continuità culturale, l’identità collettiva e la sopravvivenza stessa delle comunità indigene.
Sara Olsvig ha voluto aggiungere e ribadire che UNDRIP rappresenta soltanto uno standard minimo e che gli Stati dovrebbero fare di più rispetto a quanto previsto dalla Dichiarazione.
Secondo Olsvig, il diritto fondamentale da cui dipendono tutti gli altri diritti è il diritto all’autodeterminazione. Per questo motivo, la Groenlandia ha progressivamente assunto il controllo diretto delle proprie risorse naturali fin dall’introduzione dell’Home Rule nel 1979 e successivamente dell’autogoverno. La gestione della pesca e delle risorse minerarie è stata infatti tra le prime aree legislative trasferite alle istituzioni groenlandesi.
Olsvig ha inoltre ricordato che le modalità di attuazione dei diritti indigeni variano significativamente da uno Stato all’altro e ha espresso solidarietà nei confronti delle comunità Inuit del Nunavut, dell’Alaska e di altri territori artici che continuano a rivendicare maggiore controllo sulle risorse marine e ittiche presenti nei propri territori ancestrali.
In conclusione…
Nel complesso, i tre interventi hanno restituito un’immagine dell’Artico profondamente diversa da quella puramente geopolitica spesso dominante nel dibattito internazionale: non soltanto uno spazio strategico conteso tra Stati e risorse, ma un territorio abitato, governato e pensato dai popoli indigeni che vi vivono da millenni.
Pur partendo da prospettive differenti, Sara Olsvig, Jessica Veldstra e Federico Lenzerini hanno costruito un discorso fortemente intrecciato tra politica, esperienza comunitaria e diritto internazionale.
Mona Fortier ha fornito la cornice istituzionale, sottolineando come la nuova Arctic Foreign Policy canadese riconosca che sicurezza, governance e cooperazione nell’Artico non possano più essere pensate senza il coinvolgimento diretto delle popolazioni indigene.
Su questa base, Sara Olsvig ha spostato il discorso sul terreno dell’autodeterminazione, mostrando come i popoli artici non siano semplici stakeholders, ma soggetti politici originari della regione e protagonisti storici della governance circumpolare. Jessica Veldstra ha poi tradotto questi principi nella realtà concreta delle comunità aleut, dove sovranità significa tutela delle risorse, continuità culturale, resilienza climatica e possibilità stessa di sopravvivenza.
L’intervento di Federico Lenzerini ha infine fornito il quadro giuridico capace di collegare queste dimensioni, mostrando come concetti quali autodeterminazione, autogoverno e free, prior and informed consent trovino oggi un crescente riconoscimento anche nel diritto internazionale.
Le connessioni tra gli interventi sono emerse con particolare evidenza nel dibattito finale, dove le domande del pubblico hanno riportato sul piano applicativo le categorie discusse durante il panel. I temi dell’estrazione delle risorse, del consenso delle comunità, della rappresentazione mediatica e del controllo territoriale hanno mostrato come la sovranità indigena non possa essere ridotta a un principio astratto, ma debba essere compresa come pratica politica, giuridica e materiale.
In questo senso, il confronto conclusivo ha messo in luce il nodo teorico che attraversava l’intera sessione: il rapporto tra autorità statale, autodeterminazione indigena e governance delle risorse in un Artico sempre più esposto a pressioni climatiche, economiche e geopolitiche. La questione non è dunque soltanto se i popoli indigeni debbano essere consultati, ma in che misura il loro ruolo possa incidere realmente sui processi decisionali che riguardano territori, economie e forme di vita.
Il panel ha così restituito l’immagine di una governance artica in trasformazione, nella quale la partecipazione indigena non appare più come elemento accessorio, ma come condizione necessaria per ripensare sicurezza, sviluppo e sovranità nell’Artico.
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