Canada e UE nel contesto del nuovo equilibrio internazionale

di Paolo Quattrocchi
Direttore del Centro Studi Italia-Canada
"Oggi parlerò della rottura dell’ordine mondiale, della fine di una bella storia e dell’inizio di una realtà brutale, in cui la geopolitica tra le grandi potenze non è soggetta ad alcun vincolo. Ma vorrei anche sostenere che gli altri paesi, in particolare le medie potenze come il Canada, non sono senza poteri. Esse hanno la capacità di costruire un nuovo ordine che incorpori i nostri valori, come il rispetto dei diritti umani, lo sviluppo sostenibile, la solidarietà, la sovranità e l’integrità territoriale degli stati."
Questo l’incipit del discorso pronunciato da Mark Carney, Primo Ministro del Canada a Davos, il 20 gennaio del 2026. Nel discorso pronunciato a Davos, a questa seguono molte altre riflessioni su quanto accaduto, quanto sta accadendo, quanto potrebbe e dovrebbe accadere.
L’esito è un richiamo a tutti quelli che, in un mondo dominato da potenze che fanno della forza la loro caratteristica distintiva e il loro modus operandi, vogliono distinguersi e seguire il Canada in un percorso virtuoso nel rispetto dei diritti umani, dello sviluppo sostenibile, della solidarietà, della sovranità e dell’integrità territoriale degli stati.
I primi (forse gli unici?) a rispondere con entusiasmo sono stati i paesi UE, quelli che, come il Canada, sono stati colpiti più duramente dagli effetti del repentino cambiamento della postura USA rispetto ai tradizionali alleati.
Ferma restando l’assoluta condivisibilità di quanto espresso a Davos dal PM Carney e senza analizzare il perché Canada e UE si siano trovati così impreparati, soffermerei l’attenzione sul dopo Davos e quindi sulle implicazioni non solo economiche ma anche geo-strategiche che da Davos conseguono.
Come spesso accade, alle parole, belle, convincenti, condivisibili, debbono fare seguito i fatti e tutto ciò, ad oggi, si manifesta come una sfida epocale, con i pro, i contro e i dubbi che caratterizzano eventi di così grande portata.

©2026 World Economic Forum / Ciaran McCrickard, via Flickr, licensed under CC BY-NC-SA 4.0.
Una breve analisi dei rapporti Canada UE può aiutare: iniziamo con i profili economici.
Fermi restando i buoni rapporti di amicizia e collaborazione commerciale iniziati con la fine del secondo conflitto mondiale, il lento avvicinamento tra Canada e UE ha subito una accelerazione nel 2007 quando, dal Canada, si iniziò a parlare di un accordo economico con la UE. Le negoziazioni ufficiali iniziarono nel 2009 per concludersi dopo ben 5 anni di trattative. Dall’agosto del 2014 altri 3 anni per arrivare al settembre 2017 con l’entrata in vigore prima dell’Accordo di Partenariato Strategico e poi del CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement). A questo punto però è iniziata la tortuosa via delle ratifiche da parte dei singoli stati europei. Ad oggi, a nove anni di distanza dall’entrata in vigore del CETA, sono ancora 10 i paesi europei che non hanno ratificato il CETA: tra questi Francia (che dopo il voto favorevole dell’Assemblea Nazionale ha, al Senato, respinto nettamente la ratifica dell’accordo con 211 voti contrari rispetto ai 44 favorevoli) e Italia, con un fronte del “NO” assolutamente bipartisan e molto agguerrito al punto tale da indurre i vari governi che si sono nel frattempo succeduti a non mettere nel calendario parlamentare luna votazione sul tema che evidentemente metterebbe a rischio la sopravvivenza di qualunque governo.
A dispetto delle resistenze al CETA, le cose per i paesi UE sono andate molto bene: l’interscambio con il Canada è aumentato, over all (beni e servizi) di circa il 72%, molto più di quanto non ne abbia beneficiato il Canada. E qui una riflessione che ci riporta a Davos: per il Canada è stato molto comodo strutturare la propria economia nella confort zone rappresentata dal mercato USA. E non è un caso che molto probabilmente saranno i canadesi a pagare il maggior costo per la diversificazione dei mercati sulla quale Carney sta lavorando senza sosta. Non sarà semplice sostituire il partner che vive oltre confine e con il quale l’interscambio, da decenni, è di circa l’80% del totale, con economie fortemente interconnesse. Carney parla di una crescita dell’intercambio con mercati diversi dagli USA del 100% in 10 anni: tempi molto lunghi per percentuali, comunque, molto basse rispetto al dato relativo agli USA se si pensa che la Cina è seconda e non raggiunge il 10% di interscambio con il Canada e la UE terza. Il raddoppio in dieci anni è un risultato importante e soprattutto esprime una tendenza che però di per sé non modifica la sostanziale interdipendenza del Canada con gli USA.
Certo, la partecipazione del Canada al programma SAFE Europe tramite la EU Canada Security and Defense Partnership, la partecipazione al programma Horizon, la EU Canada Digital Partnership, l’intesa su Critical Raw Materials e le varie intese bilaterali che nel frattempo anche l’Italia ha concluso con il Canada in materia di mobilità giovanile, cooperazione spaziale, materie prime critiche, Intelligenza Artificiale con il Joint Advisory Group, nonché la Road Map for Enahenced Cooperation, rende conto di una volontà forte e profonda di cooperazione non solo sul piano strettamente economico ma anche su quello geostrategico.

“European Union Canada Locator.svg” by Ssolbergj, via Wikimedia Commons, licensed under CC BY 3.0.
Anche in quest’ambito il discorso di Davos rappresenta uno sparti acque epocale. Il mondo è cambiato e non tornerà ad essere lo stesso, il nuovo ordine mondiale parte da Canada e UE: nella lettura del PM Carney le medie potenze, come il Canada e la UE (ai paesi UE deve aggiungersi UK, Australia, Nuova Zelanda), debbono muoversi autonomamente rispetto agli hard power e promuovere una vicinanza tra paesi mossi dalla stessa cultura, principi, valori, modalità di approccio.
L’affermazione è seducente e ha suscitato forti emozioni soprattutto per chi, come Canada e UE, forse, hanno vissuto con un non consapevole ma intimamente percepito fastidio una tutto sommato comoda subordinazione ai voleri di chi da un lato faceva comunque pagare un prezzo ma dall’altro garantiva la copertura strategica e con essa un certo livello di benessere e tranquillità. Ora però si da per scontato che l’affidabilità del vecchio amico non ci sia più, anzi lo si considera più di un avversario, nei confronti del quale, (e qui c’è una grande contraddizione), pur rimanendo attivi legami operativi (se non una vera e propria soggezione) al momento inscindibili, si intende assumere, quanto meno a parole, un atteggiamento di vera e propria contrapposizione. Forse, come spesso accade nei casi di eventi dirompenti, quanto accaduto dovrebbe essere considerato un evento, se non positivo, quanto meno costruttivo, una opportunità di crescita che, sembra un paradosso, è stata offerta proprio dall’”ex amico”. Oggi Canada e UE hanno compreso, oltre alla loro fragilità e impreparazione, anche la loro grande potenzialità che però, visto lo stato in cui UE e Canada si trovano, non rivolgerei contro chi pensavamo fosse amico e che oggi sembra non esserlo più, e che alla fine tale rimarrà, auspicabilmente nella diversa veste di concorrente e non più di protettore, ma nei confronti di chi veramente è una minaccia a quei principi a cui si è fatto riferimento.
I governi cambiano, i popoli e le nazioni restano con la loro storia, i loro valori, la loro cultura. Canada e UE, ciascuno nei propri ambiti territoriali e nella struttura politica vivono dinamiche complesse che impongono loro la risoluzione di importanti questioni interne. Il Canada deve risolvere le dinamiche che riguardano i rapporti tra governo federale, governi provinciali, popolazioni indigene e un lungo periodo di sostanziale immobilismo quanto meno nel settore energetico; la UE alle prese, tra le altre, con una contraddittoria politica industriale e le diverse declinazioni delle sovranità statuali e il diritto di veto con tutto quello che la sua eliminazione potrebbe comportare.
Le basi per una collaborazione costruttiva esistono e vanno solo implementate, che non è poca cosa, con impegno, volontà, convinzione, sulla scia di quel soft power del quale il Canada è riconosciuto alfiere così come lo sono gli ultimi ottanta anni di storia dell’Europa. Canada e UE sono perfettamente complementari: potenza energetica globale ancora non del tutto espressa e economia tecnologicamente avanzata l’una, potenza manifatturiera e parimenti tecnologicamente avanzata l’altra, radici culturali assolutamente comuni, valori condivisi: occorre lavorare intensamente su quello che si è già fatto per creare un’alleanza strategica che si ponga come punto di equilibrio rispetto agli hard power, rinnegando l’uso della forza come sistema di risoluzione delle controversie, superando sospetti, perplessità e particolarismi che oggi sembrano non esistere più ma che forse, sull’onda della emozione e dell’ansia da prestazione, sono solo opacizzate da una fretta di “essere” che potrebbe rilevarsi rischiosa.
Meno parole, più fatti: le parole possono essere inutili, pericolose, ferire in profondità; i fatti creano nuove realtà e su questo occorre lavorare con impegno e determinazione, cogliendo l’attimo, prima che la North America Fortress possa di nuovo lusingare il Canada.
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